ILLUMINISMO ESTREMO: sintesi non autorizzata

Ho prodotto un filmatino di sintesi sul libro di Onfray “Illuminismo estremo”. Lo trovate su youtube e a mio parere è una lettura indispensabile per atei, laici o solo curiosi (ma intelligenti e sereni però). E’ la disamina di un pugno di illuministi “veri” che nel secolo dei Lumi – il 1700 – hanno forse meno “allure” dei soliti noti ma molta, moltissma “luce” in più.

I santi non esistono

Il credente non crede solo in un dio ma a tutti gli dèi che la sua credenza gli propone (dovrei dire «gli impone»). E, assieme a quegli dèi, lui crede pure a tutto il «sistema» magico e irrazionale che li contiene e in qualche modo li fa sussistere.

Il cielo del credente (inteso come cristiano cattolico) è assai affollato. C’è da deprimersi davvero tante sono le figure celesti che il credente pensa stiano davvero lassù da qualche parte a “lavorare” per il genere umano; vediamo quali sono.

Intanto c’è Dio, che è «uno e trino», quindi sfugge a una conta precisa, ma questo aggiunge fascino per il credente invece di ridimensionargli la fede.

Poi c’è Gesù Cristo, che sta lassù fisicamente giacché, com’è noto, non è morto da essere umano ma è resuscitato ed è volato in cielo dopo essere stato ucciso sulla croce. Il mito dice che è andato a sedersi alla «destra di dio padre», per cui si deve desumere che il luogo che ospita costoro sia strutturato architettonicamente in modo da dare un senso ad almeno due direzioni: destra e sinistra. Resta inesplorata la motivazione per cui alcune divinità debbano stare sedute e a far che, nonché le modalità di tali sedute (sedia?, sgabello?, trono? e di che “materiale”?), sennonché neppure questo dettaglio pregiudica la fede credente.

Altro personaggio presente nei pressi di Dio è la Madonna, non morta come tutti gli esseri umani pur essendolo indubitabilmente (tanto da restare incinta), ma «assunta» fisicamente in cielo. Questa notizia è particolarmente gustosa perché rappresenta uno dei «dogmi» della religione cattolica, cioè verità assolute e indiscutibili derivate non da un «fatto» ma dalla fantasia di un papa: nella fattispecie, fu Pio XII il 1º novembre dell’anno santo 1950 attraverso la costituzione apostolica Munificentissimus Deus a inventarsi l’assunzione della Madonna in cielo; è noto che il motivo fu la necessità di non delimitare in alcun modo la purezza assoluta con cui era stata costruita la «madre di Dio»; ed ovviamente farla morire come tutti pregiudicava quella aprioristica purezza. Come dire: spiegare un fatto assurdo con argomenti ancora più assurdi …

Sulla modalità esatta della presenza in cielo di Giuseppe, il famoso padre putativo di Gesù e quindi la chiusura del cerchio della «sacra famiglia», ci sono almeno due versioni. La prima lo vorrebbe morto come un comune mortale, tant’è che i Vangeli ad un certo punto non lo menzionano più, cosa che fa supporre che la morte del falegname sia avvenuta anche prima della discesa in campo del Nazareno. La seconda versione circa la fine terrena di Giuseppe lo vuole anche lui assunto fisicamente in cielo contemporaneamente alla resurrezione del figliastro.

Altri personaggi abitatori dell’invisibilità credente sono gli angeli e i dèmoni. Pare che siano stati creati da Dio ancor prima della Terra (Giobbe 38:4-7) a far che, non è mai stato chiarito. Daniele (7:10) dichiara che sono «mille migliaia e diecimila volte diecimila» e negli Ebrei (12:22) si parla di miriadi di angeli. In Apocalisse (5:11) sono «innumerevoli». Altre fonti riducono gli angeli ad appena 72, e i diavoli a 37; totale: 109, forse selezionando i principali di ciascuna famiglia. In merito, essendo le fonti assai eclettiche e soprattutto incerte, regna una discreta confusione; tanto per dire: Lucifero, angelo decaduto a demone, tra chi va contato? E i cosiddetti «angeli custodi», generati ad ogni nascita, a che numero fanno salire il totale? Mah!

Infine, last but not least, ci sono santi e beati. Il Martyrologium Romanum, che contiene l’elenco ufficiale dei santi e beati venerati dalla Chiesa, ne elenca quasi diecimila! Non penso che esistano altrettanti compiti loro assegnabili, cosicché sarà il caso di dedurre che molti santi stiano in cielo a far niente; perché Dio vuole pure santi “inutili”? Le sue, si sa, sono vie oltre che infinite anche imperscrutabili.

Il santo è una figura particolare, a metà strada fra l’uomo e la divinità. O, meglio: è un uomo che altri uomini detti papi ad un certo punto, facendosi motu proprio interpreti della volontà del loro dio da cui dicono di aver avuto una delega speciale, decidono che sia divino. Questo passaggio chimico, questa sublimazione fra lo stato umano a quello divino, è esclusiva prerogativa del mondo cattolico. Nessun altra religione può “fare” santo un uomo: dettaglio gravido di interessanti riflessioni; per esempio: l’aldilà, è un aldilà esclusivamente cattolico, abitato da personaggi cattolici? E basta la fede per ritenere che tutte le altre religioni hanno torto, sbagliano, mentono, e dunque i loro eventuali sistemi ultraterreni sono soltanto invenzioni? Il credente cattolico è sicurissimo delle proprie credenze, anche perché ha paura di essere scettico giacché lo scetticismo nella sua Chiesa si chiama eresia.

Questa sua presunzione lo predispone alla discriminazione, alla divisione e all’intolleranza nei confronti di chi immagina sistemi diversi.

Ma come si costruisce un santo?

Vale la pena sintetizzare tutti i passaggi, non fosse altro che per capire quanto è chiaro e lampante non c’è proprio niente di divino ma si basa tutto, esattamente tutto, su invenzioni e giochi di prestigio dei vari uomini protagonisti della “trasformazione” senza alcun riscontro verificabile.

Il processo mistico-magico, nonché palesemente truffaldino, si chiama «processo canonico».

Dopo essere nata intorno all’anno Mille (Il primo santo canonizzato da un papa fu Ulrico di Augusta, vescovo svizzero del X secolo, fatto santo da Giovanni XV nell’anno 993) ed esser passata attraverso varie evoluzioni, la procedura per trasformare un essere umano in una pseudo divinità trovò una prima sistematizzazione con Benedetto XIV nel De servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione (1734-38). Successivamente, la procedura si affinò ulteriormente, fino ad arrivare alla vigente normativa promulgata nel 1983: la “Divinus perfectionis Magister” (25 gennaio 1983). In essa è stata stabilita sia la procedura per le inchieste sia il diritto di emanare speciali Norme a tale scopo.

I vari livelli immaginati dal clero da far salire all’aspirante santo sono i seguenti.

Servo di Dio (livello diocesano) lo proclama il vescovo dopo una inchiesta tesa a trovare elementi che dimostrino che il candidato «ha vissuto cercando di conformarsi radicalmente al Vangelo nelle azioni e nelle parole e – per quanto è possibile intuire – nei pensieri e nei sentimenti». Quindi, testimonianze e documenti vengono consegnati alla Congregazione delle cause dei santi. Qui il relatore prepara un dossier – detto Positio – col quale almeno nove teologi valuteranno se la vita del servo di Dio si è svolta o meno secondo il Vangelo in modo non comune. Avuto il placet dei teologi, il servo di Dio viene giudicato da una successiva Commissione, formata da vescovi e cardinali.

Venerabile. Se anche questa Commissione dà parere favorevole, il servo di Dio viene presentato al Papa, perché emetta il suo parere definitivo. Tale parere consiste nel dichiarare che il candidato ha vissuto in modo non comune le virtù cristiane; grazie a tale status, il Papa lo indica come modello di vita evangelica, vale a dire venerabilis.

Beato. A questo se il venerabile ha pure compiuto un miracolo (vabbè, Dio solo compie miracoli: il venerabile intercede; ma sono dettagli), dopo averlo verificato con un’altra inchiesta, il Papa iscrive il venerabile tra i beati, e le persone possono cominciare a pregarlo.

Santo. Il neo beato a questo punto dovrà farà almeno un altro miracolo, solo allora il Papa lo proclamerà santo, cioè modello di cristiano a cui essere devoti.

Inutile far notare che l’intero processo è una sorta di auto convincimento che le cose stiano così; esattamente come la masturbazione che è finalizzata a soddisfare soltanto se stessi.

Uno dei punti-cardine del processo è il riconoscimento del «miracolo».

Proprio in quanto decisivo, questo riconoscimento dovrebbe essere ferocemente assoggettato a prove e verifiche di tipo scientifico, attuate da personale non di parte (quindi per esempio non particolarmente credente), con delle conclusione soggette alla valutazione di tutta la comunità scientifica.

Invece no. La Chiesa i suoi santi se li canta e se li suona da sé, e non vuole interferenze.

Chi viene preposto a dichiarare «miracolo» un evento legato alla persona santificabile, non è un uomo di scienza ma un prelato; non è uno in grado di esprimere un giudizio obiettivo ma uno che è orgoglioso di esprimere un pre-giudizio. La medesima situazione in cui un gruppo di mafiosi deve giudicare un aspirante mafioso …

Nessuno scienziato chiamerebbe miracolo una guarigione accreditata in modo fantasioso a un «santificabile», anche perché si tratta di guarigioni spiegabili altrimenti dalla scienza. Ma la Chiesa no: quella è la prova provata dell’intervento miracoloso dell’aspirante santo. E un certo tipo di popolo, i cosiddetti credenti, sono prontissimi a raccogliere questa inesistente «prova» e farne l’ennesimo apice della propria fede. Poveretti!

L’ “ALTRO” PRESEPE Per una percezione ragionata dei fatti

I “racconti della nascita di Gesù” sono stati aggiunti ai Vangeli tardivamente, per facilitare le conversioni al cristianesimo fra i “gentili”, le popolazioni pagane dell’Impero Romano. Questo per dire che la nascita di un Cristo non è storicamente accertata (nessun testo affidabile ne riporta traccia) ma probabilmente fu un’esigenza di tipo “politico”.

Per comprendere il significato originario del presepe, occorre chiarire la figura dei lares familiares, profondamente radicata nella cultura etrusca e latina. I larii erano gli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia. Ogni antenato veniva rappresentato con una statuetta di terracotta o di cera chiamata sigillum. Le statuette venivano collocate in apposite nicchie e, in particolari occasioni, onorate con l’accensione di una fiammella. In prossimità del Natale si svolgeva la festa detta Sigillaria (20 dicembre), durante la quale i parenti si scambiavano in dono i sigilla dei familiari defunti durante l’anno. In attesa del Natale, il compito dei bimbi delle famiglie riunite nella casa patriarcale, era di lucidare le statuette e disporle, secondo la loro fantasia, in un piccolo recinto nel quale si rappresentava un ambiente bucolico in miniatura. Nella vigilia del Natale, dinnanzi al recinto del presepe, la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare ciotole con cibo e vino. Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci, “portati” dai loro trapassati nonni e bisnonni. Dopo l’assunzione del potere nell’impero (IV secolo), in pochi secoli i cristiani tramutarono le feste tradizionali in feste cristiane, mantenendone i riti e le date, ma mutando i nomi ed i significati religiosi.

La storia. Il presepio ha origine, secondo tradizione, dal desiderio di San Francesco di far rivivere in uno scenario naturale la nascita di Betlemme; nel 1223 a Greccio, in Umbria, per la prima volta arricchì la Messa di Natale con la presenza di un presepio vivente, episodio poi magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi.
L’opera ideata da san Francesco venne chiamata Presepio o Presepe, termine di derivazione latina indicante ogni recinto chiuso (dal latino praesaepe, da prae = innanzi e saepes = recinto). Alcuni studiosi italiani e stranieri ritengono non del tutto corretto attribuire a San Francesco la paternità del presepio. Come narra Tommaso da Celano, il frate che raccontò la vita del santo, Francesco nel Natale del 1222 si trovava a Betlemme dove assisté alle funzioni liturgiche della nascita di Gesù. Ne rimase talmente colpito che, tornato in Italia, chiese a Papa Onorio III di poterle ripetere per il Natale successivo. Ma il Papa, essendo vietati dalla chiesa i drammi sacri, gli permise solo di celebrare la messa in una grotta naturale invece che in chiesa. Quando giunse la notte santa, Francesco, che non era sacerdote, predicò per il popolo riunito. Pertanto non si tratta della realizzazione di un vero presepio (che é la rappresentazione a tutto tondo della nascita di Gesù, mediante un plastico e alcune statuine) ma piuttosto di una messa celebrata eccezionalmente in una grotta anziché in una chiesa. Il primo presepe con personaggi risale invece al 1283, e fu opera di Arnolfo di Cambio che scolpì otto statuette in legno rappresentanti i personaggi della Natività ed i Magi. Tale presepe si trova ancora nella basilica romana di S. Maria Maggiore.

Né la stalla, né il bue, né l’asinello. La stalla o grotta in cui Maria e Giuseppe avrebbero dato alla luce il Messia non compare nei Vangeli canonici: sebbene Luca citi i pastori e la mangiatoia, nessuno dei quattro evangelisti parla esplicitamente di una grotta o di una stalla. Nell’unica citazione, quella appunto di LUCA (“…in una mangiatoia perché non c’era per essi posto nell’albergo” – Ev., 2,7), non c’è un asino né un bue: questa infatti è una leggenda posteriore, riportata nel Vangelo apocrifo “PSEUDO-MATTEO”. Questo apocrifo è molto tardivo, certamente del periodo antisemita e pagano: PSEUDO-MATTEO colloca la nascita in una stalla e aggiunge bue e asino per ironizzare sulla incredulità del popolo ebraico che non ha voluto riconoscere Gesù. L’ironia è data da un implicito riferimento al profeta Isaia, che scrisse: Il bue conosce il suo possessore, e l’asino la greppia del suo padrone, ma Israele non ha conoscenza, il mio popolo non ha discernimento. [Isaia 1:3]. Dunque, il bue e l’asino dei presepi, al di là del loro aspetto innocentemente indifferente, sono il simbolo del pregiudizio cristiano contro il popolo ebraico, ingiustamente considerato “senza discernimento” per non aver riconosciuto la presunta divinità del rabbino Gesù.

La stella. Il primo a interpretare la stella di Matteo (che comunque scrive di una stella comune, non di una cometa) come un oggetto astronomico è stato Origene, teologo alessandrino vissuto nel III secolo. Per i popoli semplici dell’epoca, ogni stella del cielo poco poco più visibile era significativa: infatti, già presso i babilonesi pagani, da cui le credenze cristiane hanno attinto a piene mani, le comete erano fonti di buono o cattivo auspicio a seconda della posizione in cielo, luminosità e colore. Ovviamente, nessun corpo celeste avrebbe potuto “posarsi” sul luogo della nascita senza distruggerlo, incendiare i dintorni per molti chilometri e causare stragi e cataclismi. La genesi più verosimile della “cometa di Natale” è il passaggio della cometa di Halley, che transitò da quelle parti nell’ottobre dell’anno 12 dopo la (presunta) nascita di Cristo. Del resto è molto difficile che vi fosse un’altra cometa sfuggita agli astronomi del tempo: le loro cronache erano assai precise, sia in ambito mediterraneo che orientale. Gli astronomi-astrologi del tempo, proprio come i Magi, era “costretti” a essere precisi, giacché rispondevano con la propria vita per una predizione sbagliata o per inesattezze giudicate negativamente dai loro re o imperatori.

I personaggi. Nessuna figura occupa casualmente il posto che ha nello scenario presepiale. Benino, il pastorello immerso nel sonno, è lì a testimoniare una condizione dello spirito di estrema sensibilità e tensione; allude alla sospensione della coscienza quotidiana secondo l’antico motto “quod superius quod inferius”, ciò che è in alto è come ciò che è in basso. Il presepe napoletano aggiunge alla scena molti altri personaggi popolari, osterie, commercianti e case tipiche dei borghi agricoli, tutti elementi anacronistici aggiunti solo per dare vitalità alla realizzazione. Nel presepe bolognese, invece, vengono aggiunti altri personaggi tipici: la Meraviglia (figura femminile che in segno di stupore agita le braccia), il Dormiglione (è addormentato su un’amaca a simboleggiare l’indifferenza nei confronti della notizia; è solitamente posto in un angolo periferico e si contrappone a Meraviglia) e la Curiosa. I Re Magi derivano dal Vangelo dell’infanzia armeno. Questo vangelo, colmando le lacune volontarie di Matteo, fa i nomi di tre sacerdoti persiani: Melkon, Gaspar e Balthasar. Ed è così i re magi entrarono nel presepe, sia incarnando le ambientazioni esotiche sia a simbolo delle tre popolazioni del mondo allora conosciuto, Europa, Asia e Africa. Anche i doni dei Magi sono fortemente simbolici: l’incenso per la divinità; la mirra per l’umanità del Messia, l’oro perché dono riservato ai re. Sono figure che si tende a far avanzare sul presepio man mano che passano i giorni fino al 24 dicembre, a simulare il loro presunto arrivo. Gli angeli: avvisano i lavoratori della nascita di Gesù; si tende solitamente ad inserirne solo uno. I pastori. Sono i primi personaggi che adoreranno il Bambino. Sono ritratti mentre conducono al pascolo le pecore, si ritrovano con la famiglia dopo il lavoro, preparano doni da regalare a Gesù, ecc. Non c’è limite al loro numero. Stanno davanti alla capanna o grotta che sia, oppure percorrono i sentieri che conducono alla mangiatoia. Gli artigiani. I più classici sono i fabbri, le donne che lavano panni nel ruscello (oggi diventato un elemento essenziale), gli allevatori che mungono bovini e i muratori. Suonatori. Come i pastori, sono collocati di fronte alla capanna e, per festeggiare l’evento, suonano zampogne o zufoli; la classificazione di alcuni di questi personaggi è spesso ambigua in quanto le statuine li rappresentano insieme a pecore o con altri elementi tipicamente legati alla pastorizia. Nel presepio compaiono anche numerosi animali. L’asino collocato nella stalla dietro la mangiatoia sarebbe quello che avrebbe accompagnato Maria e Giuseppe nel loro viaggio. Il bue è considerato un elemento basilare: avrebbe indicato con i suoi muggiti alla Sacra Famiglia l’esistenza della stalla. Pecore: solitamente sono molte e vengono disposte nei pressi dei pastori. Cammelli o dromedari: vengono spesso aggiunti insieme ai Re magi. Non raramente si possono trovare anche ovini, bovini e scimmie. Mendicanti: chiedono l’elemosina ai pastori. Gente comune: parenti di artigiani e pastori che accorrono meravigliati verso la stalla. Soldati: armati e abbigliati nella classica maniera romana, costituiscono la guardia della fortezza di re Erode inserita in un angolo del presepio. Demoni: alcune tradizioni prevedono che, mimetizzati tra la folla, si trovino dei demoni (solitamente pastori bassi e caratterizzati da un’evidente bruttezza) rattristati dalla nascita del Bambino.

I protagonisti. Il fulcro logico e scenografico del presepe è fatalmente costituito dalla cosiddetta Sacra Famiglia. Gesù Bambino: il nascituro viene posto nella mangiatoia la Notte di Natale e si vuole venga riscaldato dal fiato del bue e dell’asinello. Maria, quattordicenne (o secondo altri dodicenne) sua madre: viene collocata nei pressi della mangiatoia che ospita il figlio ed è solitamente rappresentata con abiti blu o azzurri. San Giuseppe: è simile per abbigliamento e fisionomia ai pastori, è situato a lato di Gesù ed ha fra le mani un bastone con l’impugnatura ricurva: chiamato vincastro, è una imitazione di quello usato dai pastori veri, e quindi rimanda direttamente al Vangelo secondo Giovanni nel quale Cristo si autodefinisce “Buon Pastore”

COME SI FA UN «SANTO»?

Come si «diventa» santo? Questo rito irrazionale per cui un uomo (il papa) decide di fare santo un altro uomo (dicendo che l’ha voluto un dio) dopodiché questi lo diventa davvero, mi ha incuriosito fin da bambino. Non avevo mai approfondito (finora) la cosa – ma quanti fedeli cattolici lo hanno fatto? – finché il fastidio di avere intorno tutti questi manufatti artigianali è giunto a livelli non accettabili.
Il processo si chiama «canonizzazione» e sostanzialmente significa «dichiarazione». Quando la Chiesa canonizza significa che quel tizio sta sicuramente in Paradiso e che si può farlo oggetto di culto. Verrebbe da chiedersi già cosa implica quel dubbio: prima della canonizzazione, non è certo che il tizio sta in paradiso, e dove sta?
Tutto nasce dal desiderio del popolo di riconoscere la santità di un tizio. Sembrerebbe dunque una genesi democratica, ma non è così. Per di più, il giudizio di una popolazione in merito ai valori (o anche ai disvalori) di una persona, sono esposti a pregiudizi e a preconcetti che non ne garantiscono quasi mai l’obiettività. La popolazione può essere molto superficiale a giudicare, e può ricorrere alle incoerenze più incredibili pur di sostenere il (pre)giudizio che s’è formato.
Tornando alla costruzione del «santo», dopo che la popolazione ha espresso la volontà di santificare qualcuno, una persona, detta postulatore, fa una richiesta al vescovo e, se anche lui è ritenuto all’altezza, diventa il riferimento dell’ «indagine» ecclesiastica che da quel momento appurerà le cose. Ovviamente l’aspirante santo deve avere qualche pregio in più rispetto a noialtri comuni mortali. La sua prima virtù è quella di essere morto almeno da cinque anni. Chissà perché. Forse ci vuole il suo tempo perché l’anima salga in paradiso; cosicché, ammettendo che questa viaggi alla velocità della luce (circa 300 mila chilometri al secondo), il paradiso potrebbe trovarsi a una distanza sferica di 5 anni-luce, un po’ più in là di Proxima Centauri. Forse ci sono altre ragioni, ma non le conosco.
Quando il Vaticano rilascia il nulla osta a procedere, il tizio fa uno scatto di anzianità e diventa «servo/a di dio».
Da questo momento inizia una farsesca indagine fatta di «interviste» alla gente e di «verifiche» di fatti inspiegabili attribuibili all’aspirante santo. Si cerca cioè, di accumulare più crediti possibili in modo da convincersi (e convincere il popolo) che quel tizio, in vita, davvero ha meritato di diventare, da morto, un santo. Ma può, quello stesso popolo che ne ha chiesto la santità, rispondere a quelle interviste in modo diverso? Direi di no. E poi, sebbene non vengano giudicati fondamentali, ci sono i cosiddetti «miracoli». L’aspirante santo ha forse resuscitato un morto, soleva svolazzare per il paese oppure spaccava le montagne con la forza della fede? No, per niente. La «Congregazione per le cause dei santi» è di bocca buona e si accontenta davvero di poco per entusiasmarsi: un malato che guarisce da malattie che magari avevano una diagnosi sbagliata, un incidente evitato «per miracolo», una vincita al lotto post invocazione… forse questo no, non è un miracolo, per quanto il beneficiario di tale vincita voterebbe per il sì. La procedura prescrive che questi miracoli debbano essere «verificati». Ohibò: e con quali metodi? La Congregazione è formata da 34 persone, ma sono tutti vescovi, arcivescovi e cardinali: che ne sanno di metodo scientifico, di verifica sperimentale e di protocollo razionale? Saranno ferrati in teologia, non discuto; in fatti di fede, in storia della loro religione, in dottrina, in amenità del genere; ma questi non valgono come requisiti di accesso alla verifica oggettiva di un fatto «inspiegabile», non più quelli di un bambino pauroso chiamato a spiegare cos’è un fulmine.
Per garantire obiettività all’indagine, fino al 1983 c’era pure una sorta di «pubblico ministero» col compito di cercare le prove avverse alla santità; il cosiddetto «avvocato del diavolo». Ma il furbetto papa Giovanni Paolo II, col pretesto di snellire le procedure, ha cancellato quella figura… Come dire: per fare più presto, in un processo penale impediamo al pubblico ministero di fare il suo lavoro; secondo voi, il mafioso imputato avrà più possibilità e meno possibilità di essere assolto?
Per rendere ulteriormente liscia la strada verso la santità, il finto tribunale chiamato a esperire indagini sacre non penalizza affatto un candidato che avesse avuto un inizio di vita peccaminoso, vizioso o anche eretico. L’importante è che quel disgraziato si sia alla fine certamente pentito e convertito!
La successiva fase, che chiude il primo «blocco», è il riconoscimento della cosiddetta «eroicità delle virtù», qualunque cosa voglia dire, accreditando la quale si può far fare al santificando un ulteriore scatto: quello del «venerabile».
E’ curioso che la definizione di «virtù» deve essere quella esclusiva della Chiesa cattolica; quindi legata alla morbosità sessuofobica dei suoi dogmi, ai bizantinismi dei suoi precetti, alle ottuse modalità della sua vita «corretta». Non conosco «santi» che in vita abbiano dimostrato virtù «altre», come il valore civile, il cameratismo sindacale, la prodigalità di sentimenti positivi estranei alla religione.
Il calendario è invece intriso e diffusamente occupato di poveracci affetti da evidenti disfunzioni mentali, da patologie sociopatiche e psicologiche, da stili di vita folli, da una sfera emozionale cariata e distrutta da credenze assurde e assolutiste.
C’è pure qualche «truffatore» di paese, come per esempio padre Pio, che, con la connivenza di un sistema e di un’epoca particolari, ha gabbato gli uomini e la storia pur di salire sull’altare. Ma questi sono, per fortuna o no, accidenti episodici che peraltro confermano la «regola».
Sia come sia, per salire sul prossimo scalino di «beato» l’aspirante deve vedersi riconosciuto un miracolo. La Chiesa cattolica ha un suo modo per discriminare quel che è miracolo da quello che non lo è. Per esempio il fatto che il corpo del defunto non sia marcito come tutti gli altri, oppure che emani effluvi odorosi (infatti si dice «in odore di santità»), o anche che il sangue continui a liquefarsi (Gennaro). Ma il vero miracolo è la guarigione, definitiva e inspiegabile, da una malattia ritenuta inguaribile. Il sistema di giudizio è, insomma, una sceneggiatura da film horror, legato inscindibilmente alla tristezza, alla disgrazia, alla miseria, a una vita percepita esclusivamente dolorosa e penitente. E’ una visione che si comprende, perché solo mortificando e svilendo la vita terrena si può, per contrasto, magnificare e abbellire quella extra terrena. Ma è pure una visione inconcludente e infantile, che non capisce che, se davvero ci fosse la santità, questa dovrebbe essere gioia, luce, amore già qui sulla terra. Io, se fossi un papa, vorrei che diventasse santo un arguto macchiettista anziché qualche asociale raccattato in un lazzaretto.
A giudicare «miracolosa» la guarigione vengono chiamati 5 medici. Non è chiaro chi giudica invece tipi di miracoli che non riguardino la salute (ma ce ne sono?); un chimico per le liquefazioni è a disposizione, si chiama Luigi Garlaschelli, ma non sembra godere della stima necessaria presso la Congregazione. D’altra parte, anche quei 5 eroici medici che devono mettere il timbro dell’ «inspiegabile» su certe guarigioni o sono pure loro «credenti» o sono «stipendiati»; in entrambi i casi, il loro giudizio è esposto a tutto meno che al sano scetticismo della scienza. Anche perché il loro giudizio non è certo quello definitivo, che invece appartiene a un gruppo di 7 teologi e ad altri vescovi in ordine sparso, che si riuniscono e «valutano» la situazione.
Terminate le ultime elucubrazioni, il verdetto arriva finalmente al papa, che con una messa solenne proclama il beato e ne mette il nome sui calendari che poi noi tutti, credenti e non, compriamo in cartoleria.
Da questo momento ci vorrà un altro miracolo, esaminato con la… severità che si è detta, acciocché il beato possa fare l’ultimo scatto verso la santità e meritarsi così il culto dei credenti.
Dei soli credenti? No. Purtroppo, la Chiesa cattolica mitraglia tutti indistintamente con queste pallottole santificate. Ogni suo santo, tanta è incartapecorita l’intelligenza di chi ci crede, ha perfino un ruolo specifico nelle vicende umane, è il «protettore di…» qualunque faccenda: da Acacio che si interessa di malattie degli occhi, ad Adelaide protettrice dei barcaioli, dallo sconsiderato Claudio che protegge i fumatori (senza successo, visto che sono decimati dai tumori), a Lorenzo che sovrintende indifferentemente ai poliziotti e alle rosticcerie.
Di queste figure riverite dalle masse ma irriverenti la ragione è intasato il calendario, sono intasate le feste, sono permeate le mille occasioni della vita civile. Sarebbe ora di dire «BASTA!». Sarebbe ora di sospendere la condanna che noialtre persone dabbene chiamiamo «rispetto» o, quando siamo cauti, «tolleranza», e gridare a questi qua che la smettessero di imporci le loro figurine Panini, che la smettessero di far credere ai nostri bambini che quelle teste coi coriandoli luminosi fra i capelli sono capaci di guarirli e di proteggerli dai mostri, che la smettessero di offenderci riempiendo di fantasmi assenti un paradiso che non c’è e che mai, in nessun caso, o perché atei o perché assennati, noi vedremo mai.

UNA DISSENTERIA DI CREDENZE CI SEPPELLIRA’

Mala tempora currunt, direbbe chi sa citare appropriatamente. Ma noi commentatori di basso profilo (e, nel mio caso, parallelo), che bofonchiamo un italiano appena percettibile, siamo avvezzi alla vulgata e, verbi causa, così come preferiamo «stronzo» a «sciocchino», chiamiamo le cose con l’appellativo più esplicativo ignorando i perbenisti lessicali, a cui nemmeno ci rivolgiamo.
Orbene, si chiederà: perché i nostri tempi sarebbero così pessimi da far gridare all’evacuazione incontrollata?
Forse per il terremoto economico che ci fa sobbalzare gli spiccioli in tasca? No. Forse per i letti di Putin che accolgono «escort» di cui la Ford nulla sa? No. Forse perché Obama è nero e noi bianchi siamo d’accordo con lui? Neppure.
La faccenda, fratelli e sorelle, è ben più ecumenica, interessa tutti. La diarrea, che non si può chiamare altrimenti giacché di defecatio intellettuale maleodorante e ributtante si tratta, è la massa di credenze, ovvero non-notizie, ovvero non-informazioni, ovvero indecente irrazionalità, che ha invaso la coscienza popolare mondiale.
Si suole dire che oggigiorno c’è libertà di scegliersi l’informazione; e con internet, e con decine di tv e centinaia di testate giornalistiche, è abbastanza vero. Tuttavia bisogna intendersi: la libertà va maneggiata con consapevolezza, altrimenti assume la fisionomia di un polpettone indistinto che può andare solo di traverso. Bisogna possedere certi «pre-requisiti» per scartare il (poco) grano dal (molto) loglio.
D’altronde, questo è vero per varie altre attività intellettuali: utilizzare un computer, scegliere un libro, un film o un programma televisivo, perfino decidere dove e come fare una vacanza. Si può utilizzare il computer per cazzeggiare o come strumento di hackeraggio, si possono adorare i libri dei comici di Zelig o dedicarsi a Kirkegaard, stravedere per i Vanzina o amare Ozpetec, immergersi nel Grande Fratello o nei canali Discovery, e perfino andare sull’Himalaya per fare foto o per studiare la tettonica delle placche. E’ sempre il tipo di approccio che fa la differenza, non il mezzo che si usa, e neppure un supposto «gusto» per le cose, giacché pure quel gusto è l’effetto, non la causa, dei propri pre-requisiti.
Nella dissenteria copiosa che gronda su di noi, non possiamo distinguere nulla. Una inverosimile paccottiglia di disinformazioni e di non-fatti ci raggiunge da ogni dove.
Molte persone, al di là di ciò che dice il loro diploma o laurea, non si «informano» ma si limitano a captare qua e là, gettando occhiate alla tv, al giornale esposto in edicola o navigando fra un social-network e la ricetta della peperonata. Forse c’è anche qualcuno che si mette pazientemente a leggere l’articolo fino in fondo, ma ci vuol ben altro per impossessarsi della «informazione»! In breve, trattasi del vaglio razionale. Vale a dire bisogna confrontare l’informazione con la logica e con le precedenti conoscenze; e poi valutarne la coerenza e giudicarne le fonti; infine è necessario tenere a bada il cosiddetto «principio di autorità» che ci fa «credere» a qualcosa solo perché l’ha detto il grande scienziato, l’autorevole simbolo di una Chiesa, il riconosciuto esperto. Un lavoraccio. Già saper distinguere i «fatti» dalle «opinioni» sarebbe un passo verso la corretta informazione. Purtroppo, anche a questo livello c’è una certa claudicanza culturale. «O si pensa o si crede», che qui funge da perfetta sintesi, è essa stessa medium di disinformazione, giacché non si tratta di una frase o di un’opera di Arthur Schopenhauer ma solo del titolo di un libro postumo che ne raccoglie gli aforismi. E noi sempre di più crediamo e non pensiamo. Crediamo che una nota pop star morta di recente, sgattaiola invece viva e vegeta dal pulmino del coroner; crediamo che Google-Earth abbia davvero inquadrato il «mostro» di Loch Ness; crediamo che un leader politico italiano pensi davvero a rivedere i Patti Lateranensi; crediamo che una modesta signora lucana malata di Sla sia stata davvero miracolata a Lourdes; crediamo che puntando molto si vinca più facilmente al super-enalotto; crediamo che l’ora di religione non sia un’ora di catechismo cattolico; crediamo che gente comune e spesso solo isterica possa diventare santo, beato, venerabile o pio (sempre meno spesso «vergine»); crediamo che davvero il papa rappresenti un dio; e crediamo perfino che esista un dio che – incredibile a dirsi – c’è ma non c’è, fa ma non fa, è ma non è…
Questo per dire che la dissenteria delle credenze può essere infida e macchinosa per cui, purtroppo, è capace di ghermire non solo il pensiero di gente semplice e distratta ma pure quello di presunti tenutari di saggezze e di capacità.
Ma se invece di credere, ogni tanto, solo ogni tanto, mandassimo in vacanza la credenza e «giocassimo» a pensare? Potremmo scoprire che quella figura che si intravede nel filmatino di youtube potrebbe essere chiunque, perfino Michael Jackson. Potremmo scoprire che quella chiazza bianca ripresa dall’alto, sì, può essere un animale, ma perché proprio il mitologico mostro di Loch Ness? Potremmo scoprire che Bossi si sarà pure incazzato, ma poi ingrana una retromarcia che renderà ancor più reverenziato il Vaticano. Potremmo scoprire che quella donna probabilmente non aveva la Sla ma una malattia con sintomi simili ma non inguaribile e che il parossismo della fede ha fatto il resto. Potremmo scoprire che chi ha vinto 15 milioni ha investito solo 2 euri, e chi ne ha investito 18 mila ha fatto zero. Potremmo scoprire che a scuola l’Irc è davvero catechismo (come da programmi), che è inamovibile e che il relativo ministro è disposta a ignorare una sentenza del Tar pur di non sminuire i privilegi di quei prof. Potremmo scoprire che a scavare appena appena sotto il misticismo e la santità non si trova altro che patologia della mente e furbizie pseudopolitiche della Chiesa. Potremmo scoprire che la storia ci insegna che pure fare il papa è un mestiere, assai spesso opinabile e quasi mai onorevole. Potremmo alla fine scoprire che non esiste nessuna entità superiore perché non c’è alcuna differenza fra le cose che accadono per caso e quelle che crediamo accadano grazie a un dio. L’unica differenza è che nel secondo caso si immette un’enorme complicazione inutile e in sovrappiù.
«Rasoio di Occam»? Vagliare le spiegazioni più semplici prima di passare a quelle più complesse? Sì, ma non necessariamente. Per difendersi dalle credenze che cercano di seppellirci sarebbe già tanto pensare con la propria testa. Sarebbe già tanto essere così presenti a sé da accorgersi delle proprie idiosincrasie, delle proprie debacles cognitive, dei pensieri non disciplinati dalla razionalità. Ma forse anche questo semplice sforzo è chiedere troppo a un Uomo umiliato da almeno duemila anni di inaccessibilità al Pensiero, e da un oggi in cui quello stesso blog melenso e appiccicoso della credenza religiosa avvolge cultura e politica, storia e società, arte e comunicazione.
Quest’Uomo così avvilito e seppellito dalle credenze ha ormai solo due changes: o morire soffocato dalla dissenteria, oppure alzare la testa, ma davvero, ma fortemente, ma impavidamente, e urlare con la necessaria violenza tutto il suo più profondo «BASTA».

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