Come si «diventa» santo? Questo rito irrazionale per cui un uomo (il papa) decide di fare santo un altro uomo (dicendo che l’ha voluto un dio) dopodiché questi lo diventa davvero, mi ha incuriosito fin da bambino. Non avevo mai approfondito (finora) la cosa – ma quanti fedeli cattolici lo hanno fatto? – finché il fastidio di avere intorno tutti questi manufatti artigianali è giunto a livelli non accettabili.
Il processo si chiama «canonizzazione» e sostanzialmente significa «dichiarazione». Quando la Chiesa canonizza significa che quel tizio sta sicuramente in Paradiso e che si può farlo oggetto di culto. Verrebbe da chiedersi già cosa implica quel dubbio: prima della canonizzazione, non è certo che il tizio sta in paradiso, e dove sta?
Tutto nasce dal desiderio del popolo di riconoscere la santità di un tizio. Sembrerebbe dunque una genesi democratica, ma non è così. Per di più, il giudizio di una popolazione in merito ai valori (o anche ai disvalori) di una persona, sono esposti a pregiudizi e a preconcetti che non ne garantiscono quasi mai l’obiettività. La popolazione può essere molto superficiale a giudicare, e può ricorrere alle incoerenze più incredibili pur di sostenere il (pre)giudizio che s’è formato.
Tornando alla costruzione del «santo», dopo che la popolazione ha espresso la volontà di santificare qualcuno, una persona, detta postulatore, fa una richiesta al vescovo e, se anche lui è ritenuto all’altezza, diventa il riferimento dell’ «indagine» ecclesiastica che da quel momento appurerà le cose. Ovviamente l’aspirante santo deve avere qualche pregio in più rispetto a noialtri comuni mortali. La sua prima virtù è quella di essere morto almeno da cinque anni. Chissà perché. Forse ci vuole il suo tempo perché l’anima salga in paradiso; cosicché, ammettendo che questa viaggi alla velocità della luce (circa 300 mila chilometri al secondo), il paradiso potrebbe trovarsi a una distanza sferica di 5 anni-luce, un po’ più in là di Proxima Centauri. Forse ci sono altre ragioni, ma non le conosco.
Quando il Vaticano rilascia il nulla osta a procedere, il tizio fa uno scatto di anzianità e diventa «servo/a di dio».
Da questo momento inizia una farsesca indagine fatta di «interviste» alla gente e di «verifiche» di fatti inspiegabili attribuibili all’aspirante santo. Si cerca cioè, di accumulare più crediti possibili in modo da convincersi (e convincere il popolo) che quel tizio, in vita, davvero ha meritato di diventare, da morto, un santo. Ma può, quello stesso popolo che ne ha chiesto la santità, rispondere a quelle interviste in modo diverso? Direi di no. E poi, sebbene non vengano giudicati fondamentali, ci sono i cosiddetti «miracoli». L’aspirante santo ha forse resuscitato un morto, soleva svolazzare per il paese oppure spaccava le montagne con la forza della fede? No, per niente. La «Congregazione per le cause dei santi» è di bocca buona e si accontenta davvero di poco per entusiasmarsi: un malato che guarisce da malattie che magari avevano una diagnosi sbagliata, un incidente evitato «per miracolo», una vincita al lotto post invocazione… forse questo no, non è un miracolo, per quanto il beneficiario di tale vincita voterebbe per il sì. La procedura prescrive che questi miracoli debbano essere «verificati». Ohibò: e con quali metodi? La Congregazione è formata da 34 persone, ma sono tutti vescovi, arcivescovi e cardinali: che ne sanno di metodo scientifico, di verifica sperimentale e di protocollo razionale? Saranno ferrati in teologia, non discuto; in fatti di fede, in storia della loro religione, in dottrina, in amenità del genere; ma questi non valgono come requisiti di accesso alla verifica oggettiva di un fatto «inspiegabile», non più quelli di un bambino pauroso chiamato a spiegare cos’è un fulmine.
Per garantire obiettività all’indagine, fino al 1983 c’era pure una sorta di «pubblico ministero» col compito di cercare le prove avverse alla santità; il cosiddetto «avvocato del diavolo». Ma il furbetto papa Giovanni Paolo II, col pretesto di snellire le procedure, ha cancellato quella figura… Come dire: per fare più presto, in un processo penale impediamo al pubblico ministero di fare il suo lavoro; secondo voi, il mafioso imputato avrà più possibilità e meno possibilità di essere assolto?
Per rendere ulteriormente liscia la strada verso la santità, il finto tribunale chiamato a esperire indagini sacre non penalizza affatto un candidato che avesse avuto un inizio di vita peccaminoso, vizioso o anche eretico. L’importante è che quel disgraziato si sia alla fine certamente pentito e convertito!
La successiva fase, che chiude il primo «blocco», è il riconoscimento della cosiddetta «eroicità delle virtù», qualunque cosa voglia dire, accreditando la quale si può far fare al santificando un ulteriore scatto: quello del «venerabile».
E’ curioso che la definizione di «virtù» deve essere quella esclusiva della Chiesa cattolica; quindi legata alla morbosità sessuofobica dei suoi dogmi, ai bizantinismi dei suoi precetti, alle ottuse modalità della sua vita «corretta». Non conosco «santi» che in vita abbiano dimostrato virtù «altre», come il valore civile, il cameratismo sindacale, la prodigalità di sentimenti positivi estranei alla religione.
Il calendario è invece intriso e diffusamente occupato di poveracci affetti da evidenti disfunzioni mentali, da patologie sociopatiche e psicologiche, da stili di vita folli, da una sfera emozionale cariata e distrutta da credenze assurde e assolutiste.
C’è pure qualche «truffatore» di paese, come per esempio padre Pio, che, con la connivenza di un sistema e di un’epoca particolari, ha gabbato gli uomini e la storia pur di salire sull’altare. Ma questi sono, per fortuna o no, accidenti episodici che peraltro confermano la «regola».
Sia come sia, per salire sul prossimo scalino di «beato» l’aspirante deve vedersi riconosciuto un miracolo. La Chiesa cattolica ha un suo modo per discriminare quel che è miracolo da quello che non lo è. Per esempio il fatto che il corpo del defunto non sia marcito come tutti gli altri, oppure che emani effluvi odorosi (infatti si dice «in odore di santità»), o anche che il sangue continui a liquefarsi (Gennaro). Ma il vero miracolo è la guarigione, definitiva e inspiegabile, da una malattia ritenuta inguaribile. Il sistema di giudizio è, insomma, una sceneggiatura da film horror, legato inscindibilmente alla tristezza, alla disgrazia, alla miseria, a una vita percepita esclusivamente dolorosa e penitente. E’ una visione che si comprende, perché solo mortificando e svilendo la vita terrena si può, per contrasto, magnificare e abbellire quella extra terrena. Ma è pure una visione inconcludente e infantile, che non capisce che, se davvero ci fosse la santità, questa dovrebbe essere gioia, luce, amore già qui sulla terra. Io, se fossi un papa, vorrei che diventasse santo un arguto macchiettista anziché qualche asociale raccattato in un lazzaretto.
A giudicare «miracolosa» la guarigione vengono chiamati 5 medici. Non è chiaro chi giudica invece tipi di miracoli che non riguardino la salute (ma ce ne sono?); un chimico per le liquefazioni è a disposizione, si chiama Luigi Garlaschelli, ma non sembra godere della stima necessaria presso la Congregazione. D’altra parte, anche quei 5 eroici medici che devono mettere il timbro dell’ «inspiegabile» su certe guarigioni o sono pure loro «credenti» o sono «stipendiati»; in entrambi i casi, il loro giudizio è esposto a tutto meno che al sano scetticismo della scienza. Anche perché il loro giudizio non è certo quello definitivo, che invece appartiene a un gruppo di 7 teologi e ad altri vescovi in ordine sparso, che si riuniscono e «valutano» la situazione.
Terminate le ultime elucubrazioni, il verdetto arriva finalmente al papa, che con una messa solenne proclama il beato e ne mette il nome sui calendari che poi noi tutti, credenti e non, compriamo in cartoleria.
Da questo momento ci vorrà un altro miracolo, esaminato con la… severità che si è detta, acciocché il beato possa fare l’ultimo scatto verso la santità e meritarsi così il culto dei credenti.
Dei soli credenti? No. Purtroppo, la Chiesa cattolica mitraglia tutti indistintamente con queste pallottole santificate. Ogni suo santo, tanta è incartapecorita l’intelligenza di chi ci crede, ha perfino un ruolo specifico nelle vicende umane, è il «protettore di…» qualunque faccenda: da Acacio che si interessa di malattie degli occhi, ad Adelaide protettrice dei barcaioli, dallo sconsiderato Claudio che protegge i fumatori (senza successo, visto che sono decimati dai tumori), a Lorenzo che sovrintende indifferentemente ai poliziotti e alle rosticcerie.
Di queste figure riverite dalle masse ma irriverenti la ragione è intasato il calendario, sono intasate le feste, sono permeate le mille occasioni della vita civile. Sarebbe ora di dire «BASTA!». Sarebbe ora di sospendere la condanna che noialtre persone dabbene chiamiamo «rispetto» o, quando siamo cauti, «tolleranza», e gridare a questi qua che la smettessero di imporci le loro figurine Panini, che la smettessero di far credere ai nostri bambini che quelle teste coi coriandoli luminosi fra i capelli sono capaci di guarirli e di proteggerli dai mostri, che la smettessero di offenderci riempiendo di fantasmi assenti un paradiso che non c’è e che mai, in nessun caso, o perché atei o perché assennati, noi vedremo mai.