IL CIRCOLO DI NAPOLI CAMBIA SEDE: INAUGURAZIONE IL 5 DICEMBRE

Il coordinatore del Circolo Uaar di Napoli informa che la sede di via Belsito a partire dal giorno di questo invito viene sostituita da una nuova sede: VIA NAZIONALE DELLE PUGLIE 185 – PARCO PLATANI scala B piano 1 interno 1, citofono «Martorana».

La zona è quella di poco successiva alla via della Stadera. È conosciuta col nome de « la Cittadella »

Come raggiungere la nuova sede:

Con gli autobus:
ANM numeri 170 o 171, CTP numero A37 chiedendo de «la Cittadella». Tempo medio di percorrenza dalla Stazione di Napoli centrale: 30 minuti.
Con l’auto:
Dalla tangenziale, direzione «autostrade», uscire all’ultimo casello (quello dopo «Corso Malta»), percorrere il raccordo che porta alla Napoli-Roma per un paio di chilometri, uscire al primo svincolo, in direzione del Centro Commerciale «Carrefour» arrivare alle sopraelevate del «bivio Lufrano» sovrastanti la via Nazionale delle Puglie, svoltare a destra direzione Napoli centro, arrivo in meno di 1 km.
Dalla Ferrovia o Poggioreale (percorso più lineare ma meno consigliato perché più trafficato), sempre dritto per via della Stadera, ancora dritto superando il deposito ANM, e da lì arrivo in circa 1 km.

Penso che questa nuova sede soddisfi le principali esigenze del Circolo, in quanto di mia proprietà, abbastanza ampia (un salone più un grande terrazzo) e disponibile per ogni uso che si decida: riunioni, sala-video, sala lettura, mini conferenze, ma pure convivi, cene e soste informali.

Appuntamento dunque per SABATO 5 DICEMBRE 2009 alle 18:00 per la inaugurazione.

LA SCUOLA STATALE ITALIANA DIFENDE LE MINORANZE O ASSECONDA LA MAGGIORANZA ?

La locuzione latina ubi maior minor cessat significa che in presenza di quel che possiede più valore e importanza, quel che ne tiene meno perde la propria rilevanza. Spero proprio che questa sciagurata suggestione non trovi spazi in una scuola; ma se ne trovasse?
Per esprimere un parere informato sulla complessa questione (la cosa non è semplice, e chi la semplifica la vuole solo insabbiare) bisogna cucire varie stoffe.
La prima è: la scuola è pubblica ma è anche statale; c’è una sostanziale differenza, perché pure un bar è pubblico ma la sua proprietà è privata, mentre nel caso della scuola la “proprietà” è dello Stato, cioè di tutti noi. La scuola non può “appartenere” a persone identificate, a idee identificate, ad àmbiti identificati. Ma come si fa a “spersonalizzare” una realtà statale? Impegnandosi a non identificarla in alcun modo. Che poi è il significato più nobile della parola «laicità» (consiglio la lettura di Che cosa è la laicità. Minoranze e comunità nello Stato democratico, di Henri Pena-Ruiz, ed. Marco 2006).
Purtroppo, con la complicità di leggi, pronunciamenti, regolamenti e direttive contraddittorie, insufficienti e deliberatamente non definitive, in tema di laicità la scuola statale italiana sguazza in una sostanziale anarchia, spesso facendosi forza su due meccanismi drammaticamente a braccetto: il consenso della maggioranza, e l’insana pigrizia della minoranza. Ubi maior minor cessat.
Il pluralismo. L’educazione al pluralismo è un pilastro della formazione democratica dei cittadini; tuttavia se è solo libresca, fornita giusto per rientrare nei programmi ministeriali, è inefficace: l’educazione autentica al pluralismo proviene invece dal vivere quotidianamente la diversità sociale e culturale di alunni e insegnanti in ciascuna scuola e in ciascuna classe. Ora: cosa c’è di pluralistico in una scuola che è chiaramente «identificata» attraverso mille e mille oggetti e sistemi che rimandano sempre e solo a una e una sola religione? Conosciamo l’opposizione falsamente convincente del «sono simboli universali» (magari di pace). Universali? Cioè?, «di tutti»?, comprese le centinaia di diversi credi religiosi e di ateismi? È evidente che non è così, ma quand’anche così fosse? Ubi maior minor cessat. La scuola statale italiana deve difendere e rispettare l’unico e solo suo «abitante» che non la pensa come gli altri. Invece precipita a palestra di attività faziose, dove si esercitano i «colossi» della (presunta) maggioranza, e pazienza (o becera tolleranza, o limacciosa sopportazione) per gli altri che non partecipano al festino…
Il Crocifisso, oggettivamente, è uno strumento di tortura pagano. E’ l’attrezzo con cui avrebbero ucciso uno dei tanti profeti del tempo. Quindi, che sia un simbolo del cristianesimo, non v’è dubbio. Va rispettato da tutti, ma non va ostentato a tutti. Giocando sul serio problema della reciprocità, potremmo chiederci: gli edifici cattolici non si pongono il problema di esporre il simbolo dello Stato italiano o la bandiera (quelli sì, semmai, universali in Italia), perché gli edifici dello stato (scuole pubbliche) devono porsi il problema di esporre i simboli di una delle religioni che in Italia non è più quella maggioritaria né religione di stato fin dal 1984? Imporre un simbolo religioso per simbolo universale appartiene al più debole dei Pensieri.
La sentenza della Corte Europea che in questi giorni è «esplosa» soprattutto nel fin troppo tranquillo status quo dei cattolici e dei loro lacché politici, è stata additata in mille modi, svilita, disprezzata, offesa. Ma si può delegittimare una sentenza solo perché va contro le proprie convinzioni? Il civismo nel quale ci compiacciamo di stare, non insegna che le sentenze vanno semplicemente «rispettate»?
Gli atei e i diversamente credenti non hanno mai alzato gli scudi della «lesa maestà» quando, ciclicamente, qua e là sono fioriti decreti, circolari e pronunciamenti che invitano a mettere e a conservare i crocifissi in scuola. Ora che invece qualcuno (non a caso l’Europa, che non ha nel proprio centro il Vaticano) ci ricorda che lo Stato laico deve essere indifferente alle credenze religiose, invece di accettare questa ovvietà, il mondo cattolico scalcia!
E fossero solo strilli e proteste! Le metaforiche minacce di morte del ministro La Russa a danno di chi vorrebbe togliere i crocifissi dalle scuole (trasmissione tv «La vita in diretta», Rai1, 4 novembre 2009) la dice lunga e, purtroppo, la dice pure chiara, sul clima che pervade l’Italia a danno di chi, semplicemente, vorrebbe uno Stato neutrale rispetto a ogni simbolo religioso. Un clima che ha contribuito a creare e a mantenere l’atteggiamento di chiusura e di autoreferenzialità tipico dei fautori del «crocifisso identitario».
Luigi Lombardi Vallari dice che l’uomo preferisce i sistemi di simboli ai sistemi di cose, i sistemi di significati ai sistemi di fatti. Proprio questo fascino rende la religione pericolosa. Non è certo la religione che invita i bambini a fiorire in tutte le loro abilità autoespressive. I giochi, gli sport, la rispettosa intima frequentazione degli ecosistemi, nulla hanno di religioso.

Non si può non essere d’accordo!
Per la verità, considerando un po’ di cose, nessuno prevede che i crocifissi verranno schiodati a breve dalle pareti della scuola pubblica; stiano tranquilli coloro che ci tengono a mostrare di che «colore» è la «loro» nazione.
Ma la scuola italiana, palestra del Rispetto, schierandosi per il mondo che non tollera la laicità, o che la difende solo fintanto che non si mostra «fastidiosa», fa una scelta esattamente opposta: difende la maggioranza e ignora la minoranza, sottraendosi al mandato pedagogico fondamentale dell’inclusione.

DIBATTITO SUL FINE VITA A FRATTAMAGGIORE

Mercoledì 28 ottobre 2009 presso il “Cantiere Giovani”, via Roma 44, Frattamaggiore, dalle 18:30 si terrà un incontro pubblico sul tema della “morte”. Relatori: il diacono Antonio Crescenzo, il coordinatore dell’Uaar Calogero Martorana, e un imam.
Informazioni:
0818328076
http://www.cantieregiovani.org/ChiSiamo.htm

TESTAMENTO BIOLOGICO: la registrazione della manifestazione del 15

Sulla homepage del mio sito personale c’è la registrazione di RadioRadicale della manifestazione sulla proposta di registro dei testamenti biologici fatta dalla Consulta Laica di cui il nostro Circolo UAAR fa parte e svoltasi a Napoli il 15-10-2009.

COME SI FA UN «SANTO»?

Come si «diventa» santo? Questo rito irrazionale per cui un uomo (il papa) decide di fare santo un altro uomo (dicendo che l’ha voluto un dio) dopodiché questi lo diventa davvero, mi ha incuriosito fin da bambino. Non avevo mai approfondito (finora) la cosa – ma quanti fedeli cattolici lo hanno fatto? – finché il fastidio di avere intorno tutti questi manufatti artigianali è giunto a livelli non accettabili.
Il processo si chiama «canonizzazione» e sostanzialmente significa «dichiarazione». Quando la Chiesa canonizza significa che quel tizio sta sicuramente in Paradiso e che si può farlo oggetto di culto. Verrebbe da chiedersi già cosa implica quel dubbio: prima della canonizzazione, non è certo che il tizio sta in paradiso, e dove sta?
Tutto nasce dal desiderio del popolo di riconoscere la santità di un tizio. Sembrerebbe dunque una genesi democratica, ma non è così. Per di più, il giudizio di una popolazione in merito ai valori (o anche ai disvalori) di una persona, sono esposti a pregiudizi e a preconcetti che non ne garantiscono quasi mai l’obiettività. La popolazione può essere molto superficiale a giudicare, e può ricorrere alle incoerenze più incredibili pur di sostenere il (pre)giudizio che s’è formato.
Tornando alla costruzione del «santo», dopo che la popolazione ha espresso la volontà di santificare qualcuno, una persona, detta postulatore, fa una richiesta al vescovo e, se anche lui è ritenuto all’altezza, diventa il riferimento dell’ «indagine» ecclesiastica che da quel momento appurerà le cose. Ovviamente l’aspirante santo deve avere qualche pregio in più rispetto a noialtri comuni mortali. La sua prima virtù è quella di essere morto almeno da cinque anni. Chissà perché. Forse ci vuole il suo tempo perché l’anima salga in paradiso; cosicché, ammettendo che questa viaggi alla velocità della luce (circa 300 mila chilometri al secondo), il paradiso potrebbe trovarsi a una distanza sferica di 5 anni-luce, un po’ più in là di Proxima Centauri. Forse ci sono altre ragioni, ma non le conosco.
Quando il Vaticano rilascia il nulla osta a procedere, il tizio fa uno scatto di anzianità e diventa «servo/a di dio».
Da questo momento inizia una farsesca indagine fatta di «interviste» alla gente e di «verifiche» di fatti inspiegabili attribuibili all’aspirante santo. Si cerca cioè, di accumulare più crediti possibili in modo da convincersi (e convincere il popolo) che quel tizio, in vita, davvero ha meritato di diventare, da morto, un santo. Ma può, quello stesso popolo che ne ha chiesto la santità, rispondere a quelle interviste in modo diverso? Direi di no. E poi, sebbene non vengano giudicati fondamentali, ci sono i cosiddetti «miracoli». L’aspirante santo ha forse resuscitato un morto, soleva svolazzare per il paese oppure spaccava le montagne con la forza della fede? No, per niente. La «Congregazione per le cause dei santi» è di bocca buona e si accontenta davvero di poco per entusiasmarsi: un malato che guarisce da malattie che magari avevano una diagnosi sbagliata, un incidente evitato «per miracolo», una vincita al lotto post invocazione… forse questo no, non è un miracolo, per quanto il beneficiario di tale vincita voterebbe per il sì. La procedura prescrive che questi miracoli debbano essere «verificati». Ohibò: e con quali metodi? La Congregazione è formata da 34 persone, ma sono tutti vescovi, arcivescovi e cardinali: che ne sanno di metodo scientifico, di verifica sperimentale e di protocollo razionale? Saranno ferrati in teologia, non discuto; in fatti di fede, in storia della loro religione, in dottrina, in amenità del genere; ma questi non valgono come requisiti di accesso alla verifica oggettiva di un fatto «inspiegabile», non più quelli di un bambino pauroso chiamato a spiegare cos’è un fulmine.
Per garantire obiettività all’indagine, fino al 1983 c’era pure una sorta di «pubblico ministero» col compito di cercare le prove avverse alla santità; il cosiddetto «avvocato del diavolo». Ma il furbetto papa Giovanni Paolo II, col pretesto di snellire le procedure, ha cancellato quella figura… Come dire: per fare più presto, in un processo penale impediamo al pubblico ministero di fare il suo lavoro; secondo voi, il mafioso imputato avrà più possibilità e meno possibilità di essere assolto?
Per rendere ulteriormente liscia la strada verso la santità, il finto tribunale chiamato a esperire indagini sacre non penalizza affatto un candidato che avesse avuto un inizio di vita peccaminoso, vizioso o anche eretico. L’importante è che quel disgraziato si sia alla fine certamente pentito e convertito!
La successiva fase, che chiude il primo «blocco», è il riconoscimento della cosiddetta «eroicità delle virtù», qualunque cosa voglia dire, accreditando la quale si può far fare al santificando un ulteriore scatto: quello del «venerabile».
E’ curioso che la definizione di «virtù» deve essere quella esclusiva della Chiesa cattolica; quindi legata alla morbosità sessuofobica dei suoi dogmi, ai bizantinismi dei suoi precetti, alle ottuse modalità della sua vita «corretta». Non conosco «santi» che in vita abbiano dimostrato virtù «altre», come il valore civile, il cameratismo sindacale, la prodigalità di sentimenti positivi estranei alla religione.
Il calendario è invece intriso e diffusamente occupato di poveracci affetti da evidenti disfunzioni mentali, da patologie sociopatiche e psicologiche, da stili di vita folli, da una sfera emozionale cariata e distrutta da credenze assurde e assolutiste.
C’è pure qualche «truffatore» di paese, come per esempio padre Pio, che, con la connivenza di un sistema e di un’epoca particolari, ha gabbato gli uomini e la storia pur di salire sull’altare. Ma questi sono, per fortuna o no, accidenti episodici che peraltro confermano la «regola».
Sia come sia, per salire sul prossimo scalino di «beato» l’aspirante deve vedersi riconosciuto un miracolo. La Chiesa cattolica ha un suo modo per discriminare quel che è miracolo da quello che non lo è. Per esempio il fatto che il corpo del defunto non sia marcito come tutti gli altri, oppure che emani effluvi odorosi (infatti si dice «in odore di santità»), o anche che il sangue continui a liquefarsi (Gennaro). Ma il vero miracolo è la guarigione, definitiva e inspiegabile, da una malattia ritenuta inguaribile. Il sistema di giudizio è, insomma, una sceneggiatura da film horror, legato inscindibilmente alla tristezza, alla disgrazia, alla miseria, a una vita percepita esclusivamente dolorosa e penitente. E’ una visione che si comprende, perché solo mortificando e svilendo la vita terrena si può, per contrasto, magnificare e abbellire quella extra terrena. Ma è pure una visione inconcludente e infantile, che non capisce che, se davvero ci fosse la santità, questa dovrebbe essere gioia, luce, amore già qui sulla terra. Io, se fossi un papa, vorrei che diventasse santo un arguto macchiettista anziché qualche asociale raccattato in un lazzaretto.
A giudicare «miracolosa» la guarigione vengono chiamati 5 medici. Non è chiaro chi giudica invece tipi di miracoli che non riguardino la salute (ma ce ne sono?); un chimico per le liquefazioni è a disposizione, si chiama Luigi Garlaschelli, ma non sembra godere della stima necessaria presso la Congregazione. D’altra parte, anche quei 5 eroici medici che devono mettere il timbro dell’ «inspiegabile» su certe guarigioni o sono pure loro «credenti» o sono «stipendiati»; in entrambi i casi, il loro giudizio è esposto a tutto meno che al sano scetticismo della scienza. Anche perché il loro giudizio non è certo quello definitivo, che invece appartiene a un gruppo di 7 teologi e ad altri vescovi in ordine sparso, che si riuniscono e «valutano» la situazione.
Terminate le ultime elucubrazioni, il verdetto arriva finalmente al papa, che con una messa solenne proclama il beato e ne mette il nome sui calendari che poi noi tutti, credenti e non, compriamo in cartoleria.
Da questo momento ci vorrà un altro miracolo, esaminato con la… severità che si è detta, acciocché il beato possa fare l’ultimo scatto verso la santità e meritarsi così il culto dei credenti.
Dei soli credenti? No. Purtroppo, la Chiesa cattolica mitraglia tutti indistintamente con queste pallottole santificate. Ogni suo santo, tanta è incartapecorita l’intelligenza di chi ci crede, ha perfino un ruolo specifico nelle vicende umane, è il «protettore di…» qualunque faccenda: da Acacio che si interessa di malattie degli occhi, ad Adelaide protettrice dei barcaioli, dallo sconsiderato Claudio che protegge i fumatori (senza successo, visto che sono decimati dai tumori), a Lorenzo che sovrintende indifferentemente ai poliziotti e alle rosticcerie.
Di queste figure riverite dalle masse ma irriverenti la ragione è intasato il calendario, sono intasate le feste, sono permeate le mille occasioni della vita civile. Sarebbe ora di dire «BASTA!». Sarebbe ora di sospendere la condanna che noialtre persone dabbene chiamiamo «rispetto» o, quando siamo cauti, «tolleranza», e gridare a questi qua che la smettessero di imporci le loro figurine Panini, che la smettessero di far credere ai nostri bambini che quelle teste coi coriandoli luminosi fra i capelli sono capaci di guarirli e di proteggerli dai mostri, che la smettessero di offenderci riempiendo di fantasmi assenti un paradiso che non c’è e che mai, in nessun caso, o perché atei o perché assennati, noi vedremo mai.